Lungo la strada di Vittorio Sereni: l’incontro con Gli strumenti umani

Con non altri che te

è il colloquio.

Si apre così Gli strumenti umani, raccolta poetica di Vittorio Sereni del 1965, con la lirica Via Scarlatti, che riporta fin dai primissimi versi, in modo lapidario, l’interlocutore privilegiato della sua poetica. È un autore ormai maturo, alle soglie dell’esperienza post-bellica che lo vede reduce da una serie di sconfitte non solo sul piano militare, ma anche e soprattutto su quello ideale. Appartenente alle fila della sinistra italiana, il 1948 segna per Sereni una profonda disfatta non solo per la politica italiana, ma per tutti i giovani morti al fronte sotto il peso soffocante di una guerra senza vincitori né vinti morali. Per comprendere Gli strumenti umani è necessario fare un piccolo passo indietro, considerando il lavoro globale dell’autore. Come dichiarato più volte all’interno dei suoi testi in prosa e nell’intervista realizzata da alcuni suoi studenti del liceo, il suo impegno poetico è attraversato costantemente dalla rielaborazione contenutistica e stilistica delle sue poesie. Un lavoro in fieri, come una lunga tela che non trova mai una precisa fine, ma si sviluppa sempre alla ricerca del giusto equilibrio tra contenuto e forma. A differenza di molte altre raccolte, come Frontiera o Diario di Algeria, Gli strumenti umani vengono pubblicati senza un effettivo lavoro di perfezionamento, scelta dettata forse da una precisa corrispondenza della vita dell’autore. All’interno dell’opera il poeta sembra parlare non solo alle generazioni future, alla classe dirigente e all’Italia degli anni ’60, ma sembra rivolgersi a sé stesso.

Sono gli anni dell’avvicinamento alla psicanalisi, quel mondo estremamente complesso dal quale Sereni attinge a piene mani, alla ricerca forse di alcune risposte a eventi traumatici della sua vita. È proprio quel te dell’apertura di Via Scarlatti a introdurre il lettore nella visione e conoscenza dell’oltre psichico. Gli strumenti umani rappresenta in questo senso un profondo monologo interiore con il proprio io, modellato secondo l’esemplificazione e l’immedesimazione di un uomo medio che si trova a vivere in una realtà quotidiana durante una fase di ricostruzione. I drammi esistenziali che attraversano la vita del poeta si sviluppano nelle quattro sezioni della raccolta e il tema dell’interiorità e della scoperta di sé sembra lo sfondo privilegiato di ogni sua poesia.

L’amore, entità impalpabile e forza distruttiva dell’esperienza umana, è presentato nel suo rapporto contrapposto di Eros e Thanatos, come rievocazione freudiana del mondo dell’esperienza in grado di inserirsi nella dimensione di una poetica militante, attratta dall’impulso vitale e allo stesso tempo schiacciata da quello di morte. La meta del suo percorso narrativo trova il parallelo dantesco dell’oggetto amoroso in continua evoluzione, ereditato forse da una cultura post psicanalitica, per il quale una volta raggiunto il limen dell’esistenza si oltrepassa il confine della tangibilità mutando verso una ricerca interiore. Un altro tema privilegiato dell’autore è la folla. Nell’epoca dei comizi nelle piazze, della mobilitazione politica, dello sciopero in fabbrica e della propaganda, l’uomo si sente sottratto dalla sua identità culturale e vive in uno stato di sonno perenne. La moltitudine separa gli amanti, divide gli sguardi che svolgono in una dimensione di potenza l’atto dell’incontro della possibilità e della conoscenza, quella dimensione agevolata in cui non solo vi è un contatto con l’altro, ma anche un appuntamento con sé stessi. La cultura di massa, i media, la televisione creano un uomo alienato, vittima di una folla opprimente che opera con il suo movimento centrifugo un allontanamento di sguardi, di incontri. Diventa allora privilegiata la funzione della strada nella sua poesia: dimensione condivisa di incontro tra natura e uomo, tra viaggio e fine, cronotopo spartito dalla lunga tradizione letteraria, simbolo di ritrovo di pulsioni vitali ed emozionali. Non a caso nel trittico Dall’Olanda, lungo i canali di Amsterdam rivive il dramma dell’olocausto e l’esperienza di Anna Frank, lungo la strada di Luino in cui incontra i defunti del suo passato e proprio nella via milanese in cui ha abitato, Via Scarlatti, rievoca un colloquio con sé stesso e la città.

Ci si chiede dunque leggendo Vittorio Sereni quale sia il fine ultimo del suo “forgiare letterario” in un momento storico delicato e di rinnovamento. Sembrerebbe che sia una sensazione, un ricordo a suscitare nell’animo dello scrittore un determinato stimolo, che trova inevitabilmente la strada della poesia. Dietro a ogni suo componimento non vi è dunque una scrittura d’impressione bensì un costante periodo di preparazione suggestionato dall’illuminazione, in quanto il lavoro poetico è sotterraneo e permette di scatenare ansie, insofferenze, incompatibilità che trovano viva voce nel comporre in versi ed è in questa profondità che l’autore coglie il suo io interiore predisposto al dialogo.

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