La violenza dei giovani e l’omertà degli adulti

Questa è la storia di Antonio Cosimo Stano, un pensionato di sessantasei anni di Manduria bullizzato e massacrato fino alla morte da un gruppo di ragazzini di 16 anni. Basterebbe questa premessa per riflettere sul significato della vita di un uomo. Manduria, il luogo in cui si è consumata la tragica vicenda, è un piccolo paese del Salento, in provincia di Taranto, 33.486 abitanti, qualche chiesa romanica e un centro che si dirada in piccole stradine strette e contorte in cui è molto facile perdersi se non si conosce bene il luogo. In questa cittadina bruciata dal sole si è consumato un omicidio tremendo, quello del “pazzo del villaggio del fanciullo”: è così che gli abitanti di Manduria chiamano Antonio, un pensionato che ha lavorato per anni all’arsenale di Taranto che viveva fino a pochi giorni fa con la sua pensione di invalidità. La sua casa si trova esattamente davanti all’oratorio che si chiama proprio “villaggio del fanciullo”, è da lì che nasce il nomignolo cattivo per Antonio. Quando la comunità parla di lui lo fa con cattiveria, lo giudicano con qualche commento malizioso, si scambiano qualche gomitata, lui se ne accorge, ma fa finta di nulla.

Cosimo il suo nome lo porta con grande fierezza, sul campanello di casa sua una scritta in pennarello si affaccia su Via S. Gregorio Magno. Lo conoscono tutti in paese, anche una banda di ragazzini che lo tormenta da anni, sono tutti figli di buone famiglie, frequentano buone scuole, giocano a calcio, ma tra le tante passioni giovanili una sembra stonare: amano le scorribande a casa di Antonio.

Antonio non ha armi per difendersi, non ha neanche le capacità, si lascia andare ai colpi che otto di questi quattordici ragazzini gli assestano. Tirano calci, pugni, lo colpiscono allo stomaco, alla schiena e perfino in viso e quando la violenza non è sufficiente usano dei bastoni. Vanno a visitarlo con grande regolarità e filmano con i loro telefonini le immagini atroci di una lotta efferata contro un uomo indifeso. Nei video si vedono loro che lo riempiono di insulti, è il loro pupazzo, la loro valvola di sfogo contro la disperata noia di vivere. Antonio resiste, non li denuncia mai, nemmeno il giorno in cui oltre agli insulti, gli schiaffi e le bastonate gli rubano la pensione di invalidità. Il pazzo del villaggio del fanciullo è stanco. È annebbiato da pensieri di morte, non riesce più a resistere ai colpi assestati dai ragazzini di buona famiglia. Con la porta di casa imbrattata e i vetri devastati da una violenza giovanile, Antonio si abbandona sulla sedia cercando pace. I carabinieri lo ritroveranno il 5 aprile 2019, con lo sguardo perso nel vuoto, con il corpo ridotto ad uno scheletro e il respiro affannoso. Antonio non esce di casa da giorni, ha smesso di vivere per il timore che possa accadergli qualcosa di brutto, e così si abbandona. Ci vorranno diversi interventi chirurgici per tentare di salvargli la vita, ma ormai stanco dei continui soprusi, Antonio, vittima di una “gioventù cannibale”, si lascerà morire.

Sei ragazzi minorenni e due maggiorenni sono accusati di tortura, danneggiamento e violazione di domicilio. Il procuratore Carlo Maria Capristo nell’emettere lo stato di fermo ha definito i video che hanno incastrato questi ragazzi come «terribili», definendo più volte gli artefici come «violenti per noia».

La storia di Antonio ci catapulta in provincia, dove la noia è tanta e i ragazzi crescono alla disperata ricerca di un posto nel mondo che spesso non coincide con la retta via morale. La tragica vicenda ci mostra un progressivo abbandono al legame dal grembo materno verso la scoperta della vita fatta di istinti primordiali e pochi valori educativi. Nel lungo percorso di crescita di un giovane a volte la scuola, la società, la famiglia non bastano, perché questo si sente costantemente attratto da due poli opposti, il bene e il male, e spesso uno dei due tende a prevalere sull’altro e come in questi casi è proprio il male ad avere la meglio. Si è parlato di punizioni esemplari per questi ragazzi, che poi così ragazzi non sono, di una condanna come se fossero adulti.  La vicenda di Cosimo è quella di una comunità che per anni ha vissuto in silenzio, voltando lo sguardo al pazzo del villaggio, commentando con qualche battutina i suoi problemi mentali, tutta Manduria è complice di questa violenza. Sulla pagina di Wikipedia una scritta svetta sotto il nome del paese: «Città della vergogna». Tutti sapevano, ma con i loro silenzi hanno continuato a vivere nelle loro tiepide case. Così come in un libro di Pier Paolo Pasolini o Vasco Pratolini, un uomo, un pover’uomo perde la vita e il villaggio va avanti, dimenticando forse il vero significato del vivere comunitario. I ragazzi sono ancora in attesa di giudizio e la nostra rabbia è tanta, nel vedere un uomo indifeso che muore. Così una frase del Vangelo ci rievoca il senso profondo della vita di Antonio: «Beati gli ultimi perché di essi è il regno dei cieli», forse così ci ricorderemo che le persone vanno rispettate da vive e non da morte.

Facebook
Instagram
YouTube
Twitter