Dedalo, il labirinto e la conoscenza

Quando il re Minosse fu informato della natura mostruosa del figlio, concepito dalla Pasifae con il toro sacro, incaricò il suo architetto di corte, Dedalo, di costruire un luogo in cui nascondere il figlio Minotauro. Dedalo concepì un edificio intricato, difficile da percorrere, ma ancora di più difficile da abbandonare una volta entrati: il labirinto.

Secondo la mitologia classica, dunque, il labirinto è l’edificio costruito da Dedalo per nascondere il Minotauro. Eppure l’etimologia del termine ci svela qualcosa di diverso. Labirinto, in greco labyrinthos, deriva da una radice pre-ellenica labrys che indica l’ascia bipenne, l’arma con la doppia lama, simbolo del potere regale a Creta; più il suffisso into che significa luogo (come nei nomi di città quali Corinto, Zacinto etc.). Labyrinthos significherebbe letteralmente “luogo dell’ascia bipenne”, o “palazzo della labrys”; originariamente, dunque, il labirinto non è un edificio a sé, ma indica il palazzo reale di Cnosso. D’altra parte l’archeologia ha mostrato che esiste una corrispondenza tra l’ascia con la doppia lama, il labirinto classico a forma circolare e la struttura del palazzo reale di Cnosso. Ma perché concepire un luogo tanto complicato (forse collocato al di sotto della struttura di rappresentanza), ma soprattutto che c’entra il Minotauro?

Con ogni probabilità il labirinto, questa parte del palazzo concepita come un dedalo intricato di corridoi, era un percorso iniziatico per i giovani aristocratici. E di fatto, fin da subito il labirinto ha assunto un significato simbolico: indica la ricerca tortuosa dell’uomo, l’esistenza umana che non è mai lineare e che si snoda tra un dedalo di intricati percorsi, alcuni senza uscita, altri ingannevoli. Per non parlare di altri simboli, quali l’analogia tra la struttura del labirinto e le viscere degli animali, che com’è noto erano strumenti per la divinazione: il volere degli dei è tortuoso; o, in epoca più recente, le analogie tra il labirinto e la struttura del cervello. Ma quale sapienza apprendeva chi compiva il cammino iniziatico del labirinto? E che ruolo vi svolgeva il mostruoso figlio del re Minosse? Va ricordato che il labirinto classico è unicursale, il percorso converge verso il centro e prevede una sola via d’uscita; si può venirne fuori solo ritornando all’uscita. Chi percorre il labirinto, si trova faccia a faccia con il Minotauro, metà uomo e metà toro. Si tratta di un simbolo potente che allude all’animalità insita nell’essere umano. Dante nel Canto XII dell’Inferno, allude a qualcosa del genere quando pone il Minotauro a guardia dei violenti: la violenza è il peccato di chi cede all’animalità, è proprio dell’uomo in cui l’animalità prende il sopravvento sulla ragione. È questa la sapienza antica, che viene evocata in molti modi nella mitologia classica: l’uomo è un essere mostruoso, metà animale, metà dio. Egli proviene dall’animalità, ma se ne è distaccato compiendo cose che agli animali sono precluse; eppure questa sua natura profonda è ciò che si muove al fondo della sua umanità razionale. Il fanciullo che percorre il labirinto, incontra il Minotauro, conosce la natura animale che si agita dentro di lui, prende consapevolezza che c’è un legame profondo tra la vita dell’uomo e quella dell’animale e che la vita umana è resa possibile proprio in quanto si è elevata, distanziata dall’animalità. Non si può non pensare alla tauromachia: rito religioso che si compie riuscendo a trasformare il toro sacro in un compagno di gioco, cioè domando l’animalità. È facile cadere nella speculazione senza fondamento, ma dà da pensare che Minosse sia figlio di Zeus, il legislatore dell’universo e padre della legge, e che il suo palazzo, simbolo dell’autorità regia, si erga su un edificio (il labirinto) al cui centro si trova il Minotauro: la legge è lo strumento che consente di rinchiudere l’animalità, la violenza, l’irrazionalità e costruire il vivere comune.

Fin qui possiamo dire che entrare nel labirinto significa fare un percorso iniziatico che conduce alla visione del sapere più oscuro e drammatico: specchiarsi nella propria animalità. D’altra parte per uscire dal labirinto occorre l’astuzia della ragione (di Arianna), bisogna individuare il cammino, riuscire a fare il percorso a ritroso e uscire.

Ciò che mi interessa sottolineare è che in questa visione del labirinto classico, esiste un centro ed esiste una via d’uscita. L’antichità pensava il labirinto come un percorso intricato, che tuttavia conduce ad una meta. Nell’Eutidemo di Platone, Socrate usa l’immagine del labirinto quando afferma che al termine del loro ragionamento lui e i suoi interlocutori si sono trovati, come in un labirinto, nuovamente all’ingresso, cioè hanno girato invano attorno al problema, ritrovandosi infine al punto di partenza. Ma uscire dal labirinto non è forse lo scopo del percorso stesso?

Anche nella tradizione cristiana il labirinto non assume necessariamente tinte fosche: pensiamo ai labirinti che si trovano nelle cattedrali, essi procedono dalla periferia al centro che è costituito da Dio, indicando al cristiano il cammino complicato che conduce alla conoscenza del vero Dio, ma insegnando, nel contempo, che il vagare tortuoso dell’esistenza umana ha una meta, può giungere ad un punto fermo, ad una visione ultima. Se nella sapienza antica al centro del labirinto si trova il Minotauro, nella tradizione platonico-cristiana, al centro si trova il Dio-Bene, Bello e Vero. Il cammino dell’iniziazione umana conduce alla visione della verità.

La conoscenza è un labirinto, ciò che conduce alla visione del sapere non è mai una linea retta (la via più breve tra due punti), ma un intricato e tortuoso percorso, complicato, difficile da prevedere, il cui sviluppo si conosce volta per volta, passo dopo passo. Più ancora, oggi la conoscenza è un dedalo di percorsi: il moltiplicarsi delle scienze, il proliferare apparentemente infinito dei saperi, il moltiplicarsi dei punti di vista sul mondo, fanno apparire la conoscenza come un labirinto sempre più intricato e in cui è difficile orientarsi. Decidere di intraprendere il percorso della conoscenza, oggi, significa scegliere di addentarsi in un labirinto di materie, aree di competenza e quant’altro, difficile da districare. Ma a questo oggi si aggiunge un’ulteriore consapevolezza, che è propria del nostro labirinto.

C’è il labirinto di Cnosso, labirinto della sapienza prefilosofica, il labirinto della tradizione platonico-cristiana e infine c’è il nostro labirinto: in esso non c’è un punto d’arrivo.

Se volessimo immaginare di progettare un percorso iniziatico per i fanciulli di oggi, al centro del labirinto non potremmo mettere né il Minotauro, né la verità metafisica, ma molto più semplicemente, si fa per dire, uno specchio. Al centro del nostro labirinto c’è uno specchio, ci siamo noi e la possibilità di guardarci come uomini del labirinto. Oggi l’esperienza della conoscenza non può più essere concepita come il percorso iniziatico che conduce alla verità dell’umano, ma come un percorso che conduce alla comprensione, alla consapevolezza del funzionamento della conoscenza stessa. Secondo il mito, lo stesso Dedalo non fu in grado di uscire dal labirinto che aveva costruito. Il suo ingegno aveva concepito un luogo di cui lui stesso era rimasto vittima.

La conoscenza, l’ingegno, costruisce i suoi percorsi, il suo labirinto, che va percorso fino in fondo e in modo, per così dire, ingenuo; tuttavia rischia continuamente di rimanerne preda di se stesso. È noto che Dedalo riuscì ad evadere dal labirinto solo attraverso un espediente: volando e in qualche modo «avendone una visione dall’alto». Questa è la tentazione ma anche l’aspirazione dell’uomo: coltivare l’illusione-speranza che sia possibile uscire dal labirinto e in qualche modo averne una visione dall’alto, finalmente chiara, assoluta e oggettiva.

Noi invece sappiamo che l’unica comprensione del labirinto è quella che abbiamo dall’interno, l’unico modo per conoscere il labirinto è percorrerlo, e in alcun modo è possibile averne una visione dall’alto, perché esso cambia continuamente, perché si riconfigura ad ogni nostro passo. Tuttavia, esso può essere percorso in modo beota, come se fosse già fatto, o in modo consapevole, la consapevolezza di chi si sa costruttore del labirinto. Contro chi tenta di semplificare i percorsi del sapere, contro chi tenta di ridurre la conoscenza a procedure e i problemi ad alternative senza sfumature, noi dobbiamo opporre la consapevolezza che la conoscenza è un dedalo, che il moltiplicarsi dei temi e degli argomenti non serve a creare confusione, ma a suggerire (come in una nuova e moderna Encyclopédie) che il sapere è da percorrere e da fare, da svolgere e da esplorare.

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