“Leonardo” di Vittorio Sgarbi: il fallimento della divulgazione

C’è una regola aurea che ogni divulgatore dovrebbe avere bene fissa in testa: la responsabilità. Responsabilità in primis verso se stessi e la propria conoscenza, ma soprattutto (e di conseguenza) nei confronti del pubblico, il quale confida e si affida totalmente alla persona del divulgatore: dico persona proprio perché si instaura un rapporto anomalo e se vogliamo atipico nel campo dello scambio culturale, caratterizzato da una fiducia e da un’empatia che portano lo spettatore, di norma pagante, ad aprirsi completamente e a prendere per vero tutto ciò che esce dalla bocca del divulgatore-persona, considerato esperto di indubbia validità. Ecco, proprio in questo senso Leonardo è uno spettacolo irresponsabile. Non credo che Vittorio Sgarbi abbia bisogno di presentazioni: eccentrico critico d’arte (o almeno tale dovrebbe essere), politico trasformista e sempre di più showman televisivo. Da ottobre 2018 gira l’Italia con Leonardo, il suo nuovo spettacolo teatrale, in cui tra una battuta (facciamo anche due) di discutibile gusto e un’altra dovrebbe, con la sua retorica e ormai celebre affabulazione, illuminare sulla vicenda storica e artistica di Leonardo da Vinci. Procederò per punti, cercando di sintetizzare e spiegare perché, a mio avviso, lo spettacolo di Sgarbi risulti irresponsabile.

1. Tutta la prima parte (40 minuti) è dedicata a un ardito paragone tra Duchamp e il genio toscano, al fine di dimostrare la stretta correlazione che intercorrerebbe tra i due. Non solo presentare Leonardo come «il primo dadaista» credo sia un’ipotesi falsa, ma la prova finale che dovrebbe corroborare tale tesi e dissipare ogni dubbio sarebbero i famosi baffi che Marcel Duchamp appose alla Gioconda, da Sgarbi interpretati come segnale di intima sintonia tra i due e non (correttamente) come simbolo di sovvertimento contro quell’arte umanistica, stilisticamente perfetta e ineccepibile (di cui la Gioconda è modello assoluto) che Duchamp voleva criticare, contrapponendo invece la sua irriverente e dissacrante casualità. Non credo che il padre del Dadaismo sarebbe contento di annoverare tra le sue fila il campione del Rinascimento.

2. Prendendo le mosse dalle Vite di Giorgio Vasari, il critico ferrarese ci mostra un Leonardo svogliato, inconcludente, un «cazzone che non ha voglia di fare nulla e che quindi lascia tutto a metà». Forse la questione risulta leggermente più complessa, e la sua attitudine a lasciare tutto inconcluso è dettata da una spinta alla sperimentazione, da una voglia inesauribile di cominciare nuovi progetti senza avere sempre la forza e il tempo di concluderli, piuttosto che da una puerile neghittosità. Del resto lo stesso Vasari sottolinea più volte la sua indole sì volubile, ma anche accompagnata da un «intelletto tanto divino e meraviglioso» che lo portava a «imparare molte cose e, cominciate, poi l’abbandonava». Leggere un po’ più a fondo l’autore delle Vite non sarebbe stata una cattiva idea.

3. Ma spostiamoci dal campo delle interpretazioni per approdare a quello dei dati di fatto, la ragione principe per cui reputo questo spettacolo irresponsabile; perché non solo Sgarbi ha elucubrato interpretazioni a dir poco ardite, ma, fatto ancor più grave, ha dispensato senza nessuna vergogna o remora assolute falsità. Esempio emblematico il fatto che Leonardo non ci abbia lasciato nessun tipo di scritto, né teorico né pratico: e allora i suoi famosissimi «scritti speculari», ad esempio, sul volo degli uccelli? E i suoi scritti artistici e tecnici, tra cui spicca in primo piano il Paragone delle arti? Davvero un critico del calibro di Vittorio Sgarbi ignora completamente l’esistenza di tali documenti, fondamentali non solo per la vicenda personale del pittore in questione, ma anche per la storia dell’arte tutta?

L’elenco sarebbe ancora lungo, dal momento che lo spettacolo è durato ben tre ore. Si potrebbe ancora parlare della totale mancanza di giudizi squisitamente tecnici, sempre attentamente evitati per far posto a banalissimi apprezzamenti estetici al limite del ridicolo, tra cui «guardate che bello questo panneggio», «i colori qui sono usati benissimo», «questo ritratto è davvero bellissimo», e così via (come se poi ci fossero realmente dei dubbi sulla presunta bellezza delle opere vinciane); non ha toccato nemmeno una volta la questione della prospettiva, eppure importantissima e rivoluzionaria in Leonardo (ad esempio nella sua Annunciazione), forse per paura di addentrarsi in un territorio troppo complicato, come se la divulgazione non fosse il tentativo di rendere disponibile e alla portata di tutti la bellezza della difficoltà, senza pregiudizi e timori. Evidentemente non ha compreso a pieno la lezione del Maestro, allorché Vasari dice che Leonardo (in questo senso non tanto primo dadaista, ma davvero proto-divulgatore) aveva «tanta e sì fatta virtù, che dovunque l’animo volse nelle cose difficili, con facilità le rendeva assolute». Da stendere un velo pietoso poi sulle proiezioni delle opere, con i colori completamente falsati e le ombre eccessivamente marcate, tipiche di uno schermo a cristalli liquidi non orientato correttamente: in uno spettacolo dedicato all’arte, un errore imperdonabile. Per chiunque abbia una cultura base della storia dell’arte uscire insoddisfatti è inevitabile. Tre ore di pura improvvisazione (questa almeno è l’impressione) in cui viene a decadere quel senso di responsabilità di cui parlavo all’inizio: la divulgazione fallisce proprio nel momento in cui quel pubblico, uscendo, si illude di aver appreso qualcosa di nuovo, di essere cresciuto culturalmente, essendosi fidato di un individuo che ha solo sfruttato una serata per produrre una propria performance e godere dell’unica linfa vitale a lui nota, il plauso della gente.