Notre Dame e il senso di collettività che ci unisce

Alle 18 e 40 di lunedì 15 aprile Notre Dame brucia, improvvisamente la messa si interrompe e i fedeli sono scortati fuori dalla cattedrale: ci vogliono pochi istanti per evacuare l’area e nove ore per spegnere l’incendio. Il tramonto lentamente colora di rosso il cielo, ma le fiamme non si mischiano allo spettro rossastro, svettano sempre più alte. Brucia la guglia che, inevitabilmente, cade lasciando un vuoto nel cielo di Parigi. La notte cala e arrivano le prime voci dei pompieri: “se non riusciamo a spegnere l’incendio Notre Dame non ci sarà più”. Sono 90 minuti d’attesa. Sono queste le immagini strazianti che ci arrivano attraverso la televisione, i social e noi, impassibili, in ogni parte del mondo rimaniamo sbigottiti a guardare la potenza dell’arte devastata da uno degli elementi primordiali dell’esistenza umana.

Rimaniamo sconvolti, attoniti, immobili davanti alle immagini della maestosità gotica che crolla, del capolavoro dell’arte architettonica che lentamente si trasforma in cenere. Per compendiare ad una religione che nel frattempo è divenuta estranea alla sua quotidianità, il turista considera lo spazio religioso come un ambiente per soddisfare le proprie curiosità di visitatore. Una chiesa devastata è l’immagine che ci appare al nostro risveglio, rimane integro l’altare e la potenza di una croce illuminata alle prime luci dell’alba. In questi giorni abbiamo letto tutto, da una visione sovranista alla morte dell’Europa, eppure, a distanza di ore, non siamo riusciti ancora a darci una risposta. Attualmente è stata aperta un’indagine e, secondo le prime indiscrezioni, in Francia i monumenti francesi sono assicurati dallo stesso stato che ne è il proprietario, di conseguenza le spese per la ricostruzione saranno a carico delle casse pubbliche. Dall’ Eliseo hanno annunciato una gara d’appalto per la ricostruzione della Guglia e aperto una raccolta fondi che in serata (17 aprile) ha raggiunto la cifra di un miliardo. Ci vorranno cinque, forse sei anni prima di rivedere Notre Dame ristrutturata. Un tempo lunghissimo che separa fedeli, turisti e francesi desiderosi di ritrovarsi ancora una volta presso Île de la Cité per condividere intorno alla cattedrale la vita parigina che si muove sinuosamente sulle rive della Senna.

Con gli occhi ancora sbigottiti e le lacrime agli occhi ci chiediamo: ma perché una cattedrale che brucia ci riempie di dolore? Diverse sono le ipotesi, da un lato un sentimento europeo che ci lega, attraverso il valore umano, ad un patrimonio ricco di valori artistici e spirituali, nascosto sotto una serie di accordi economici. Un’altra considerazione potrebbe essere avanzata dal rito iniziatico dell’immagine artistica. L’osservatore nell’atto dell’ammirazione coglierebbe, infatti, un messaggio implicito in stretto collegamento con l’opera d’arte, creando così un dialogo diretto con la creazione d’ingegno, insomma, un viaggio nella propria interiorità psicologica.

Qualunque sia la nostra esperienza parigina, da sognatori o da turisti attratti dal misticismo delle vetrate gotiche, dovremo rassegnarci all’immagine dell’arte che, inevitabilmente, crolla al peso della potenza umana. Un errore fatale ha consumato il tetto portandosi con sé misteri e tesori del monumento più visitato al mondo. Nella tragedia però qualcosa si salva e allora la nostra attenzione si focalizza sul particolare di questa storia. L’arte attraversa i secoli, vive l’esperienza della guerra, conosce persone, si lascia accarezzare, eppure è destinata a morire. Solo attraverso la distruzione vi è la possibilità di rinascita e questo è il desiderio che portiamo nel cuore per Notre Dame.

In conclusione, il motto della città di Parigi è Fluctuact nec mergitur, la nave oscilla ma non affonda e il nostro più grande augurio è che Notre Dame possa tornare a splendere ancora una volta, raccogliendo nuovamente personalità da tutte le parti del mondo, unendoci ancora come ha fatto in tutti questi anni: noi attendiamo soltanto la sua riapertura.

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