Spider-Man Life Story #1 – I Sessanta fra Bob Dylan e le bombe

Il 2018 è stato un anno fortunato per Spider-Man, l’eroe simbolo della Marvel Comics. Fra la sua partecipazione al film evento Avengers: Infinity War, il videogioco della Insomniac e il premiatissimo Spider-Man: Un Nuovo Universo, il personaggio si è ritrovato al centro di una sovraesposizione mediatica. Molti riflettori, alcuni potrebbero dire molto rumore, ma in mezzo al rumore non è difficile udire una sinfonia; questa è l’opera che da nome all’articolo. Il compositore si chiama Chip Zdarsky.

Autore che ha attirato su di sé attenzioni e consensi grazie al lavoro su una testata secondaria dell’Uomo Ragno, Peter Parker: The Spectacular Spider-Man, è tornato il mese scorso sugli scaffali delle fumetterie  americane, insieme al disegnatore “di casa” Mark Bagley, con il primo numero di un’ambiziosa miniserie chiamata, appunto, Spider-Man Life Story.

Sei numeri, uno per decennio, attraverso i quali Zdarsky tenta di riscoprire e revisionare la mitologia del personaggio, ma con una particolarità: attraverso questo percorso vedremo Peter Parker invecchiare coerentemente rispetto al passare degli anni, dalla sua prima apparizione su Amazing Fantasy 15 del 1962 in poi, siccome i decenni della storia editoriale del personaggio verranno unificati allo scorrere del tempo diegetico.

Leggendo il primo numero si comprende subito come questa trovata sia ben più di una gimmick; gli anni 60 non si limitano a mostrare pubblicità della Coca-Cola e blue jeans, ma fanno da vera premessa narrativa per la vicenda. Ma come ridurre l’intero decennio di genesi del personaggio ad una trentina di pagine? Zdarsky, da grande amatore dell’eroe in rosso e in blu, ha individuato il momento che incarna alla perfezione l’alfa dell’Uomo Ragno.

E’ il 1966.

E’ il momento in cui i giovani stanno, per la prima volta, affermando la propria identità. Bob Dylan canta «madri e padri, spostatevi dalla nuova strada se non volete dare una mano, perché i tempi stanno cambiando», e lo stesso urla una generazione arrabbiata, che pianta i piedi e impone a questa nuova America una gioventù che esiste in quanto status, e non più solo come fase di transito, destinata a finire.

Spider-Man è figlio di questi anni, della controcultura e degli inni alla pace, ma è figlio anche della guerra.

L’America che non vuole crescere condivide il letto con l’America che è costretta a crescere troppo in fretta, quella in cui giovani adulti vengono mandati oltreoceano a combattere una guerra e ad uccidere, senza aver ben chiaro il perché.

La guerra del Vietnam è uno dei momenti più controversi della storia Americana, ed è vera protagonista di questo primo numero, occupando per gran parte del tempo le didascalie dei pensieri di Peter.

Chip Zdarsky riporta Spider-Man su strade già battute da Lee, Ditko e Romita, ma ponendo interrogativi possibili solo per chi osserva la storia americana da lontano.

Se da un grande potere derivano grandi responsabilità, non è quindi suo dovere gettare la maschera e recarsi sul fronte, dove tanti americani stanno morendo? Non è forse un modo più saggio di sfruttare un potere sovrumano, piuttosto che sventare una rapina in banca? Domande che l’autore sfrutta per ripercorrere le più iconiche storie di quell’anno giocando con dinamiche inedite, come lo stordimento di Peter nel vedere crollare la sua superiorità morale nei confronti di Flash Thompson, il bullo del liceo, quando questi si arruola ed è in procinto di partire per il Vietnam, mentre lui non ha il coraggio di lasciare la zia.

Per placare le perplessità di Peter, Chip Zdarsky si affaccia sul resto dell’Universo Marvel e scrive un magnifico Capitan America, inevitabile viste le tematiche trattate. Forse la parte migliore di tutto il numero, l’autore coglie l’occasione per riscrivere la Bandiera Vivente in quei controversi anni senza che le necessità propagandistiche del secolo scorso limitino la genuinità del personaggio. Risvegliatosi dopo un sonno di 20 anni (e non 70), Steve Rogers ha lasciato un paese in guerra per trovarne una nuova, una che non riesce a sentire giusta. Un personaggio dallo sguardo lungimirante, che riusciva a vedere tante possibili My Lai all’orizzonte.

La splash page che chiude il numero ci mostra Capitan America in un villaggio del Vietnam il quale, dopo aver disarmato alcuni marines, chiarisce la sua posizione offensiva nei confronti dell’esercito degli Stati Uniti. “Questa gente è sotto la mia protezione!”, urla, il tutto con i colori americani ben visibili sul petto. Un paradosso reso possibile dall’essenza stessa del personaggio. Così come Bruce Springsteen che scrive Born In The U.S.A., il personaggio di Capitan America viene più volte frainteso come manifestazione di cieca fedeltà verso gli Stati Uniti, quando in realtà incarna un sentimento ben più patriottico, ossia l’aspettarsi qualcosa di meglio dal paese, il quale è un messaggio attuale oggi quanto lo era allora.

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